Si è svolto il 20 giugno 2025 il secondo incontro avente ad oggetto i maltrattamenti in famiglia. In una sede d’onore presso la Provincia di Perugia, avanti ad un pubblico molto interessato, studiosi ed esperti hanno condiviso le loro esperienze.

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA, TUTELA DELLE VITTIME E PERCORSI RIEDUCATIVI DEGLI AUTORI DI VIOLENZA: UNA SFIDA SOCIALE E CULTURALE

1. Introduzione

Il fenomeno dei maltrattamenti in famiglia rappresenta una delle forme più gravi e insidiose di violazione dei diritti umani, in quanto colpisce l’ambiente che per natura dovrebbe essere quello della sicurezza, dell’affetto e della protezione: la famiglia. In Italia e nel mondo, migliaia di donne, bambini, anziani e – sebbene in percentuale minore – anche uomini, subiscono quotidianamente violenze fisiche, psicologiche, sessuali ed economiche all’interno delle mura domestiche. Una violenza spesso invisibile, silenziosa, che si consuma nel privato e che fatica a emergere per via di dinamiche affettive, culturali ed economiche complesse.

Negli ultimi anni, anche grazie all’impegno delle associazioni, dei media e di importanti riforme legislative, si è fatto molto per portare alla luce questo fenomeno e per offrire protezione alle vittime. Tuttavia, il lavoro da fare resta enorme, soprattutto se si vuole affrontare il problema in maniera strutturale, andando oltre la repressione penale e costruendo anche percorsi educativi e rieducativi per gli autori di violenza, con l’obiettivo ultimo di prevenire, riparare e ricostruire.

Questo commento si propone di analizzare i tre pilastri fondamentali di questa tematica: la natura e l’impatto dei maltrattamenti familiari, i sistemi di tutela e protezione delle vittime, e infine le politiche e i percorsi di rieducazione e responsabilizzazione dei maltrattanti.


2. Maltrattamenti in famiglia: una violenza diffusa e multidimensionale

I maltrattamenti in famiglia non sono un fenomeno omogeneo. Si manifestano in forme differenti – fisiche, verbali, psicologiche, sessuali, economiche – e possono colpire chiunque, anche se è indubbio che siano le donne e i minori le vittime più frequenti. Secondo i dati ISTAT, oltre il 30% delle donne ha subito, nel corso della vita, una forma di violenza da parte di un partner o ex partner. La violenza domestica è infatti la prima causa di morte o invalidità per le donne tra i 16 e i 44 anni in Europa.

Ma la violenza non è solo fisica. Spesso è fatta di parole, silenzi, umiliazioni, minacce, isolamento economico, controllo ossessivo. La cosiddetta “violenza psicologica”, spesso più difficile da riconoscere e da denunciare, è quella che mina più profondamente l’autostima e l’identità della vittima. C’è poi la violenza economica, che priva le vittime di autonomia e le rende dipendenti in tutto e per tutto dal maltrattante. E infine c’è la “violenza assistita”, subita dai minori che, pur non essendo direttamente colpiti, vivono in ambienti familiari violenti, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo emotivo, comportamentale e sociale.

La peculiarità dei maltrattamenti familiari è che spesso si consumano in un clima di ambiguità emotiva: l’aggressore è una persona amata, da cui la vittima dipende affettivamente, economicamente o socialmente. Questo rende difficilissima la denuncia, la fuoriuscita dalla relazione, e spesso anche solo la consapevolezza di essere vittime di un reato.


3. La risposta normativa e istituzionale

In Italia, il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi è disciplinato dall’art. 572 del Codice penale. La norma punisce con la reclusione da 2 a 6 anni chi maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, con aggravanti se derivano lesioni gravi, gravissime o la morte. Si tratta di un reato abituale, che richiede la reiterazione di atti vessatori o violenti nel tempo.

Nel 2019, con la legge n. 69/2019, nota come “Codice Rosso”, l’ordinamento italiano ha fatto un passo avanti importante, introducendo misure urgenti a tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Il Codice Rosso ha imposto l’obbligo per il pubblico ministero di ascoltare la vittima entro 3 giorni dalla denuncia, ha velocizzato le indagini preliminari, e ha rafforzato le misure cautelari come il divieto di avvicinamento o l’allontanamento dalla casa familiare. Inoltre, ha introdotto nuovi reati come il revenge porn, il matrimonio forzato, le lesioni permanenti al volto.

Nel 2023, un ulteriore rafforzamento è stato introdotto con la legge n. 168, nota come “DDL Roccella”, che ha previsto, tra le altre cose, l’obbligo per i tribunali di segnalare i casi di violenza agli enti locali per la presa in carico della vittima, l’istituzione di percorsi rieducativi per gli autori di reato, e nuove misure di prevenzione.


4. La tutela delle vittime: centri antiviolenza e case rifugio

Accanto alla risposta normativa e giudiziaria, è fondamentale costruire un sistema sociale di protezione e accoglienza delle vittime. In Italia, questo ruolo è svolto principalmente dai centri antiviolenza (CAV) e dalle case rifugio, in collaborazione con i servizi sociali, le ASL, le forze dell’ordine e il terzo settore.

I centri antiviolenza sono luoghi sicuri dove le donne vittime di violenza possono trovare ascolto, sostegno, orientamento. Offrono consulenza psicologica, supporto legale, accompagnamento ai servizi, mediazione con le istituzioni, assistenza nella ricerca di un lavoro o di una casa. Sono spesso gestiti da associazioni femministe o cooperative sociali, con personale altamente formato.

Le case rifugio, invece, sono strutture residenziali protette, dove le donne (spesso con figli) possono essere ospitate in caso di pericolo grave. L’indirizzo è segreto, l’accesso regolato, e l’obiettivo è offrire un tempo e uno spazio di ricostruzione, lontano dal pericolo e dalle pressioni familiari.

Tuttavia, la rete dei servizi resta ancora fragile, disomogenea sul territorio, scarsamente finanziata e non sempre integrata con gli altri attori della tutela. In molte aree, l’accesso a un centro antiviolenza richiede spostamenti di decine di chilometri. Il personale è spesso precario. Le liste di attesa per un alloggio protetto sono lunghe. La formazione delle forze dell’ordine non è uniforme. Per questo è essenziale che le politiche pubbliche rafforzino in modo strutturale la rete territoriale, garantendo fondi certi, continuità, standard minimi, coordinamento interistituzionale.


5. Percorsi rieducativi per autori di violenza

La repressione penale, per quanto necessaria, non è sufficiente. Punire l’autore di violenza non restituisce la dignità perduta alla vittima e non garantisce, da sola, che la violenza non si ripeta. Per questo, negli ultimi anni, si è fatta strada in Italia e in Europa l’idea che sia necessario affiancare alla sanzione anche un lavoro educativo e psicologico sugli uomini maltrattanti.

I percorsi rieducativi per autori di violenza – conosciuti anche come CUAV (Centri per Uomini Autori di Violenza) – sono programmi strutturati, gestiti da équipe multidisciplinari (psicologi, educatori, assistenti sociali, avvocati), che offrono a chi ha agito violenza la possibilità di affrontare le proprie responsabilità, decostruire le dinamiche di potere, riconoscere i danni causati, apprendere modelli relazionali non violenti.

L’obiettivo non è la “cura” in senso clinico, ma la responsabilizzazione: il passaggio da una posizione di negazione, giustificazione o vittimismo a una di consapevolezza, empatia, autocontrollo. I percorsi possono essere volontari (autoinviati) o obbligatori (disposti dall’autorità giudiziaria), e durano in genere dai 6 ai 12 mesi.

Molti programmi si ispirano ai modelli internazionali (Duluth Model, risalente agli anni ‘80 negli USA), ma in Italia si stanno sviluppando esperienze locali originali, come il progetto TRA.MA. in Puglia o il CAM di Firenze. La legge 168/2023 prevede l’accreditamento ufficiale dei CUAV e la loro integrazione nei percorsi penali e civili.


6. La giustizia riparativa come orizzonte possibile

In questo contesto, un ruolo promettente può essere svolto dalla giustizia riparativa, che – senza sostituirsi alla giustizia penale – cerca di creare uno spazio sicuro in cui vittima, autore e comunità possano confrontarsi, elaborare il danno, trovare modalità simboliche o pratiche di riparazione.

Introdotta in modo organico in Italia con la legge delega n. 134/2021 e il decreto legislativo attuativo del 2022, la giustizia riparativa può rappresentare, nei casi in cui la vittima lo desideri, un’opportunità per dare senso al dolore subito, uscire dalla posizione di oggetto passivo del processo, e incontrare l’altro in un contesto mediato, regolato, tutelato.

Non è un percorso facile, né adatto a tutti i casi. Non deve mai essere imposto, né essere condizione per l’accesso a benefici. Ma, se ben realizzata, può diventare un potente strumento di rielaborazione del trauma e di prevenzione della recidiva.


7. Conclusioni: verso una cultura della non violenza

I maltrattamenti in famiglia non sono un’emergenza episodica, ma un fenomeno strutturale, che affonda le radici in modelli culturali patriarcali, relazioni di potere diseguali, diseguaglianze economiche e sociali. Per questo, se vogliamo davvero costruire una società libera dalla violenza, non basta intervenire a posteriori. È necessario lavorare a monte: sull’educazione affettiva nelle scuole, sulla promozione delle pari opportunità, sul contrasto agli stereotipi di genere, sull’empowerment delle donne, sulla cultura del rispetto reciproco.

Occorre anche uscire dalla logica emergenziale, che si riattiva solo dopo ogni femminicidio, e costruire politiche pubbliche integrate, coordinate, finanziate in modo strutturale. Politiche che mettano al centro la vittima, ma che non dimentichino l’autore, inteso non come “malato” da curare, ma come soggetto da responsabilizzare, per evitare che la violenza si ripeta.

In ultima istanza, la lotta contro i maltrattamenti in famiglia è una battaglia culturale. Riguarda ciascuno di noi. Riguarda il modo in cui cresciamo i nostri figli, il modo in cui viviamo le relazioni, il modo in cui costruiamo il potere nelle nostre comunità. È un cammino lungo, ma necessario. E ognuno può fare la propria parte.